Menu' Cinema
 

SALVATE LA TIGRE

da un soggetto di Steve Shagan di John G. Avildsen, con Jack Lemmon, Jack Gilford




di Corrado Barbieri




Non è difficile vedere se stessi in questa storia dei nostri tempi, con il disgusto per un mondo che gira sempre più attorno al denaro, con lo stress indotto dai ritmi di lavoro e dal carico psicologico delle difficoltà stesse, con la caduta verticale dei valori in cui generazioni hanno creduto (la specie in estinzione, la tigre, di qui il titolo). Vi è poi quel periodo fatidico, per gli uomini, che è stato banalmente definito "crisi dei cinquant'anni", che è cosi' perfettamente reso nel film, interpretato in modo così realistico e toccante, al punto che lo straordinario Jack Lemmon necessitò, dopo la fine delle riprese, dell'ausilio dello psicologo per uscire da una parte vissuta così intensamente.
Nei decenni finali del Novecento l'essere imprenditori presentava questa realtà, con il suo rischio di aver ribaltata la propria vita di uomo maturo che quasi improvvisamente si trova al centro dei cambiamenti della società, di problemi da risolvere per la propria sopravvivenza che sono al contempo sì vitali, ma squallidi nella loro essenza materiale.
Così la sensibilità individuale viene posta di fronte a scelte che nulla avrebbero a che fare con la propria natura: incontrare la figura dello strozzino, gli squali nelle vicende economiche, chi campa borderline con la legalità, occuparsi delle esigenze miserabili di grigie e patetiche figure di commercianti che vedono nelle loro vite sempre e solo banalità. E l'alienazione viene rasentata. L'unico salvagente possibile a cui aggrapparsi sono i ricordi, i più semplici e puri della gioventù: lo sport amato e praticato, l’aver suonato uno strumento musicale che a quell'eta' è servito a scaricare le pulsioni della propria sensibilita' e a far sognare brevemente una vita da artisti.
Ma per un cinquantenne di quegli anni, l'aggrapparsi ai ricordi significa anche far tornare gli incubi vissuti in una guerra, peggiori dei problemi che sta affrontando, e a inserire un ulteriore motivo di angoscia nell'incomprensione dell’esistenza stessa.
L'evasione momentanea da tutto questo può essere data solo dall'amore, da una pausa breve e romantica, fuggevole quanto dolce.
È così che l'interprete, tornando a casa una notte sotto il peso delle sue angosce, incontra la ventenne autostoppista Myra, una ragazza che fa su e giù per un boulevard della opprimente Los Angeles, tra stravagante purezza hippy e ingenua prostituzione.
Una notte breve, che trascorreranno in una casa che la ragazza sorveglia su una spiaggia, in cui semplici giochi di parole - che i due imbastiscono per dialogare, che coinvolgono anche ricordi di lui - e il corpo della ragazza, portano al cinquantenne una boccata di vitale respiro.
In un gioco di domande, lei gli chiede qual'è il suo più grande desiderio, e lui risponde "amare qualcosa, un cane, un gatto... ascoltare Fine and Mellow cantato da Billie Holiday, e passeggiare sotto quella pioggia che non fa mai sparire il profumo". Lui non le ha detto dei propri assilli, e nemmeno il proprio nome, e quando all'alba, prima di andarsene, Myra glielo chiede, rifiutando il denaro che lui vorrebbe lasciarle, gli fa anche capire che ha compreso benissimo la sua angoscia, e ciò che hanno fatto è stato un lieve, dolce e umano comprendersi tra due esseri le cui vite si sono incrociate in una notte.
Lo richiama per un attimo mentre è sulla porta e gli ripete "auguri".
Una veloce vista del mare, che racchiude in sé il senso dell'infinito e della caducità degli eventi umani, placandoli per un attimo, è l'ultimo significativo messaggio del film, punteggiato sempre dal motivo struggente di I cant get started, dalla tromba argentea di Bunny Berigan, che lenisce il dramma del protagonista e a noi già insinua il desiderio di rivedere il film.
Magari tutte le volte che ci troviamo non lontani da quella vicenda umana, per condividerla.

 
   
  scrivi a info@corradobarbieri.com