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 “ La Niña del viento ”, così mi aveva soprannominata mia mamma da ragazzina, e poco dopo un cancro se la portò via, silenziosamente.

di Nina Lopez 

 

Sono nata a San Antonio-Texas, in un quartiere dove le risate avevano spesso il sapore della tristezza, dove i bambini giocavano a pallone tra due sirene della polizia, e dove i sogni potevi scriverli solo nell’aria, mai sulla carta. Non ho conosciuto mio padre, nemmeno in foto, si diceva fosse un musicista e che vivesse “ da qualche parte “ in Messico. Per anni non ho sentito la sua presenza interiormente, finché un giorno qualcosa comincio’ a farmelo pensare. Ma torno per un momento a quel brutto giorno, nei miei 13 anni, quello in cui tutto per me cambiò, quando quella donna dolce, fiera, latina fino al midollo, una donna che ballava mentre faceva le pulizie, che cantava come volesse scacciare ogni fantasma, mia madre, scomparve e apparve mia nonna, che chiuse la porta dietro al medico. Quella sera mia nonna mi abbracciò più forte del solito, e mi sussurrò “ Un giorno dovrai partire. E non sarà un abbandono …sara’ una rinascita” . Non capii naturalmente.

Qualche settimana dopo tiro’ fuori da una specie di bauletto consunto e un po’ polveroso che teneva nascosto nel como’ del salotto alcuni oggetti, un’immagine sacra applicata su una base di legno, un bracciale d’argento un po’ annerito, due libri e alcune fotografie. Me ne mostro’ una dove c’era lei da giovane, assieme a un’amica dagli occhi chiari. Sul retro portava la scritta in italiano “ A te, mia sorella d’anima -Anna “. Buttai uno sguardo anche sui due libri, un po’ sgualciti , qualcuno doveva averli presi in mano parecchie volte. “ Veinte poemas de amor y una cancion desperada “ e “ Canto general “ erano i titoli, che lessi. L’autore Pablo Neruda, un nome che a scuola avevo già sentito. Chiesi a mia nonna quasi distrattamente se erano suoi.

“ Di tuo padre” fu la risposta. E non fui più distratta, ma la mente ebbe un piccolo sobbalzo. Da quel giorno tenni sul mio comodino quei libri. In qualche modo mi avvicinavano la figura di mio padre, anche se non avevo un sentire preciso, mi piaceva che fossero li’. Chiesi un giorno a mia nonna chi fosse quella Anna della foto, e mi rispose che era un’amica italiana, si erano conosciute durante una missione umanitaria in America Centrale, in occasione di un terremoto, molti anni prima. Avevano continuato a scriversi, come compagne e forse sorelle, separate da un oceano. Quando mia nonna si ammalò fu Anna a infittire la corrispondenza, e quando mia nonna se ne andò, mi invito’ in Italia. Sola, a 19 anni, senza un minimo di programma o prospettive, non mi parve ci fosse altra scelta. Ricordo quando partii, angosciata e come smarrita, l’unica cosa che mi venne spontanea fu mettere in valigia quei libri. Erano l’unico segno del passaggio di mio padre che avessi visto.

L’unico legame con quel mondo che lasciavo. Del mio arrivo in Italia ho ricordi confusi, troppe emozioni, troppo stress, troppi cambiamenti. Quei primi mesi parlavo poco, ma sempre di più sfogliavo quei due libri, e cominciavo a capire quei versi, a entrare in quel mondo che non era che il mio! Fu quasi automatico impararne alcuni a memoria, specie delle poesie più’ brevi. E piano piano, mentre l’Italia - ero a Napoli - mi diventava via via più’ familiare e Anna diventava sempre più la nonna che avevo perduto, iniziavo ad amarne la lingua.

Fu uno strano mix, più imparavo l’ italiano, più frequentavo la scuola, più mi veniva da tradurre quei versi, a confrontarne le parole. Una sorta di esercizio enigmistico…dove però la mia mente ne traeva piacere ! Stavo iniziando non solo a scrivere bene ma…con inflessioni poetiche! Poi, probabilmente doveva essere inevitabile anche se puo’ sembrare un controsenso, più mi ambientavo in Italia, mi trovavo a mio agio, più sentivo vicini il legami culturali con la mia cultura, quella ispanica, e passare ad altri autori latino-americani, una volta terminate le scuole, fu un passo brevissimo. La mia passione per quella letteratura si e’ espansa a macchia d’olio, e come accade a tanti, ho scritto liriche anch’io, ma soprattutto mi e’ subentrato il desiderio potente di diffondere quanto il mio mondo, la mia gente, ha saputo donare alla storia umana. Per questo eccomi qui… 


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Chiunque si inoltri nel mondo smisurato e per me sconvolgente della poesia ispanica, deve credo partire da Juan Ramon Jimenez.

Un intellettuale francese ha definito la sua poesia “ Mistero in piena luce” centrando l’essenza della sua opera. Sorprendenti sono questi cinque versi di AMORE.

Nina Amore

Salii nel cielo puro
E accesi la mia veglia nelle stelle,
Su tutti i sogni
E vidi
Sotto la terra : era una rosa schiusa

( J.R.J. )


 


JUANA DE AMERICA
“ La felicità e’ sedentaria"
di Nina Lopez

Juanita Fernandez Morales, poi Juana Ibarbourou, chi era costei? Si chiederanno gli italiani… La “ Juana de America”, la cantante delle Americhe, una assoluta leggenda! Uruguaiana, mitizzata anche per la sua bellezza, Juana si inserisce tra le quattro poetesse latine più importanti, una per tutte il premio Nobel Gabriela Mistral, ma non cosi’ leggendarie e misteriose.

Sensuale, gioiosa, incentro’ le sue opere sulle tematiche della natura, della società americana e dell’amore, avvicinandosi ai movimenti d’avanguardia.
“ La lenguas de diamantés “, “ El cantaro fresco”, furono le prime opere, che scrisse in una situazione di semi-clausura nella sua amata casa. “ La felicità è sedentaria “ affermava e la sua ricerca del silenzio divenne per lei quasi ossessiva.

In quella casa silenziosa nascevano versi in cui si possono trovare parole di confessione, d’amore e di inno non troppo nascosto ai sensi , ma anche di speranza e di robusta fede cristiana. Mentre continuava la sua opera con “ La rosas de los vientos “, “ San Francesco de Asis”, le masse prendevano via via conoscenza del suo lavoro in entrambe le Americhe.

Poi, dopo una pausa di qualche anno per dedicarsi alla prosa e ad opere teatrali, apparve la popolarissima raccolta di poesie “ Perdida “, seguita da “ Azor “ e “ Romances del destino “. Nonostante la sua riservatezza e l’alone di mistero in cui era avvolta, Juana non disdegno’, anche se a fatica, gli eventi che la consacrarono “ Juana de America “ : quello presso il parlamento uruguaiano, che cosi’ la battezzò, il raduno ufficiale delle tre principali poetesse americane per parlare di poesia, e la meta del suo unico viaggio, New York, nel 1953, dove venne denominata ufficialmente ‘ Donna delle Americhe “.

Gli anni 60 e 70 videro spegnersi la sua potente carica, e Juana si chiuse in un triste incupimento . Forse aveva avuto tutto di quel mondo.


Che io non parli!
Che io non parli !
Restare nel silenzio
Che oltraggio la parola!
Oh lingua di cenere!
Lingua miserabile !
Non osare aprirti ora,
Sigillo delle mie labbra! 


 


Quando ero adolescente, ancora a San Antonio, tra i miei sogni c’era l’America del Sud, e quello impossibile di percorrerla come aveva fatto il leggendario Che, in motocicletta !

Ma mi sarei accontentata di meno, passare una notte magica in Atacama, il deserto magico, dove dicono si perda il senso della realtà, e intanto si vede la Croce del Sud, invisibile dal Texas.


Poi,procedendo nelle mie letture di Pablo, sono incorso in quella che oggi giudico la piu’bella, e mi sono sentita la’, anche se dal mio letto guardavo solo il soffitto.

 

Salgo ahora
en este dia lleno de volcanes
hacia la moltitud
hacia la vida...

( Pablo Neruda )


L’ho citato e mi e’ venuto spontaneo proporne una sua poesia. Non tutti sanno che ne scrisse parecchie, bellissime . E come poteva non essere per un Uomo simile!? 

di Nina Lopez


LA FINE DEL VIAGGIO

Vienimi a cercare alla fine del viaggio quando la rabbia sopita, nel mitigato sospiro, fluirà inerme dalla bocca.

Vienimi a cercare quando i tuoi occhi, in altre orbite, mai più inseguiranno le scie d'un manchevole padre.

Vienimi a cercare quando dalla confusione avrai recuperato risposte, quando al passato avrai estorto l’accettazione.

Vienimi a” far visita” quando più nulla rincorrerai, quando assieme ai ricordi mi donerai un fiore e una preghiera.

( Ernesto Che Guevara )

 


JOSE’ MARTI, EROE E POETA CUBANO

di Nina Lopez

Sacrificatosi per l’indipendenza di Cuba dalla Spagna a fine 800,
Jose’ Marti e’ passato alla storia per avere ispirato con le sue gesta la rivoluzione cubana degli anni 50 del Novecento. Pochi sanno in Europa che però fu anche poeta e autore di canzoni. 
Tra queste la più nota e’ uno dei brani più amati ed eseguiti al mondo, “ Guantanamera” .

Inno patriottico e al contempo bolero coinvolgente, è tratto dalla raccolta poetica di Marti, “ Versos Sencillos” - versi semplici- e parla di una guajira, una contadina della città’ di Guantanamo. Impossibile, ascoltandola, non unirsi al canto! 

https://youtu.be/blUSVALW_Z

Guantanamera
Guajira  guantanamera
Guantanamera 
Guajira guantanamera

Yo soy un hombre sincero
De  donde crece la palma
Yo  soy un hombre sincero
De donde crece la palma
Y  antes de morirme quiero
Hechar mis versos del alma

Guantanamera
Guajira guantanamera
Guantanamera 
Guajira guantanamera

Yo e visto al águila herida
Volar al azul sereno
Yo e visto al águila herida
Volar al azul sereno
Y moriré en su guarida
La víbora del veneno

Guantanamera
Guajira guantanamera
Guantanamera
Guajira guantanamera

 


E mi piace continuare con un altra poesia dei Versos Encillos di Marti. Una lirica breve e intensa dedicata alla cosa più importante della vita, l’amicizia . Fu musicata in Italia da Sergio Endrigo mentre io ero ancora lontana dal nascere. Ora la trovo di una delicatezza incredibile.

di Nina Lopez

https://youtu.be/2giXf7EAw24?si=T6SMXO9wO96Y4bn2

 

Coltivo una rosa bianca,
in luglio come in gennaio,
per l’amico sincero
che mi porge la sua mano franca.
E per il crudele che mi strappa
il cuore con cui vivo,
né il cardo né bruco  coltivo:
coltivo la rosa bianca.

Cultivo una rosa blanca
en julio como en enero,
para el amigo sincero
que me da su mano franca.
Y para el cruel que me arranca
el corazón con que vivo,
cardo ni oruga cultivo:
cultivo una rosa blanca.

 


DIEGO RIVERA e la Calavera Catrina 

di Nina Lopez



Ormai e’ universalmente noto l’apporto artistico che i murales messicani hanno dato all’arte mondiale, e in particolare quello del primo creatore, quel Diego Rivera di provenienza colombiana trapiantatosi in Messico. La sua opera piu’ famosa credo sia senza ombra di dubbio “ Sogno di una domenica pomeriggio all’ Alameda”, un’opera di grandissime dimensioni , che mi recai a vedere qualche anno fa.


E’ difficile esprimere in un unico concetto un’opera d’arte del genere. E’ un mondo, la storia, rappresenta una serie di significati, simbolici e non, messi in fila tra loro, con un centro, e delle ali, sezioni che rappresentano eventi storici, artistici, personaggi e puri concetti. Un’ opera di matrice surrealista in cui si mescolano in modo armonico realta’ e fantasia. Rivera la realizzo’ nel 1946/47. Posizionata nella sala principale del lussuoso Hotel del Prado a Citta’ del Messico, fu poi spostata nel museo a lui dedicato. Se fu il fascino del dipinto in se stesso e le mie origini a farmi sospingere dal desiderio di andarlo a vedere di persona, furono le parole di Rivera che lessi che non mi tennero piu’ a freno, “ …ho voluto provare a mescolare l’esperienza del parco che ho avuto durante l’infanzia con alcuni episodi e personaggi legati alla storia del luogo “ , un mix di sentimenti potenti come la nostalgia, lo stupore del fanciullo e l’ orgoglio delle proprie origini . Rivera passeggiava spesso per il parco Alameda con la sua famiglia, la pulsione iniziale fu cosi’ la nostalgia dell’ uomo ormai giunto alla maturità, il sentimento malinconico di chi pensa alla sua fanciullezza. E per analizzare l’opera si può partire proprio dalla raffigurazione che Rivera fa di se stesso, decenne, posto appena a sinistra del centro dell’opera. Dietro di lui c’è la moglie, la pittrice Frida Kahlo, con in mano l’oggetto simbolo confuciano yin-yang.





Alla sua sinistra, che domina il centro dell’opera e lo tiene per mano, c’e’ la celebre figura simbolica della Calavera Catrina, la donna-scheletro creata dall’ incisore Jose’ Guadalupe Posada a inizio 900 : uno sbeffeggio alla vanità della borghesia europea e una critica alle donne messicane che cercavano di emularla negli atteggiamenti e nell’ abbigliamento. L’opera conta ben 150 personaggi della storia messicana, tra cui Francisco Ignacio Madero, padre della rivoluzione messicana del 1910, Benito Juarez, l’iniziatore dei movimenti rivoluzionari, il sanguinario dittatore Porfirio Diaz, l’artista Guadalupe Posada, il generale Santa Anna che combatte ‘ contro gli americani, l’eroe cubano Jose’ Marti. E, in contrasto tra loro, le immagini di ricchi borghesi raffigurati in abiti eleganti, che sfumano sulla sinistra in un altro tipo di folla, famiglie indigene scacciate dalle loro terre, uomini sospettati vittime delle inquisizioni, contadini con vesti penitenziali e gente travolta dalle fiamme. Tra tutti, una persona tiene pero’ in mano i classici palloncini colorati, a testimoniare l’impronta nostalgica iniziale del capolavoro. Un’attenzione assoluta ai temi sociali, alla cultura e soprattutto alle origini indie, il tutto in un’amalgama di colori e di immagini essenziali.


LA CALAVERA CATRINA
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Il simbolo affonda in modo evidente le sue radici nelle civiltà pre-colombiane, e riguarda il concetto della morte, ma e’ stato il grafico messicano Jose’ Guadalupe Posada a cavallo tra 800 e 900 a ricavarne l’immagine che poi verrà ripresa da Rivera nel suo celebre murale e si ripeterà ogni anno alla festivita’ dei morti e in ogni altra occasione. E’ stata in sostanza l’immagine , in quel continente reietto che e’ l’America Latina , che ha dato voce per la prima volta ai milioni di persone che nessuno aveva ancora ascoltato, masse lasciate a languire nella povertà, nell’ analfabetismo, nell’ ingiustizia. La raffigurazione e’ quella di uno scheletro che indossa il cappello piumato della borghesia europea ma anche un boa attorno al collo, dalle sembianze di un serpente, che richiama le divinità azteche. L’intento era quello di deridere la borghesia dominante e corrotta, e al contempo evidenziare una semplice realtà: se all’apparenza ricchi e poveri si distinguono per ciò che indossano, alla fine sono tutti semplici scheletri che camminano, essendo quello il destino comune.



La poesia come resistenza politica nella letteratura ispanica

di Nina Lopez

Nel mondo ispanico, la poesia non è stata soltanto un’arte di bellezza ed emozione; essa si è trasformata anche in un’arma di resistenza contro l’oppressione. Poeti come Federico García Lorca in Spagna o Pablo Neruda in Cile hanno usato i loro versi per difendere la libertà, denunciare le ingiustizie e dare voce a chi non ne aveva.

Federico García Lorca, fucilato nel 1936 all’inizio della guerra civile spagnola, incarnò la figura del poeta impegnato suo malgrado. I suoi componimenti, intrisi di lirismo, simbolismo e di intensita’ ineguagliabile, esprimevano il dolore del popolo andaluso, ma anche un profondo desiderio di dignità umana. La sua morte tragica fece di lui un simbolo della lotta contro la repressione franchista.

Pablo Neruda, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1971, seppe invece coniugare poesia intima ed impegno politico. Nel suo Canto General canta la storia tormentata dell’America Latina, denunciando la colonizzazione da parte degli Stati Uniti, lo sfruttamento e le dittature. La sua poesia, possente e di ampio respiro, divenne un grido collettivo di rivolta e di speranza.
Attraverso queste figure, la poesia ispanica dimostra soprattutto di non limitarsi all’espressione personale ma di essere strumento di memoria e di lotta. Testimonianza inoppugnabile che le parole possono trasformarsi in armi silenziose quanto potenti, capaci di scuotere le fondamenta delle tirannie e di ispirare intere generazioni.

 


I DIARI DELLA MOTOCICLETTA

di Nina Lopez

Siamo nel 1952, due amici, uno 22enne studente di medicina, l’altro, biochimico di 29 anni : Ernesto Guevara de la Serra e Alberto Granada. Due giovani irrequieti appartenenti alla buona borghesia argentina che decidono finalmente di intraprendere il viaggio su cui avevano assieme favoleggiato per anni. Il desiderio e’ di attraversare quel loro vasto continente, in moto, una Norton del 1939. Una di quelle imprese giovanili che si sentono come urgenti, promettenti di fascino, “ da fare”, magari dando un nome speciale per l’occasione al loro destriero, la moto, che battezzano La Ponderosa II.

Il piano, stilato grossolanamente, vede l’ attraversamento di Cile, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, con una meta che dovrebbe essere il lebbrosario di San Pablo in Amazzonia. Ma la Ponderosa II, vetusta com’ e’, non dura molto. Vittima di un incidente, deve essere abbandonata dopo un paio di centinaia di km e i due giovani decidono di proseguire con i mezzi che capitano, e anche a piedi. Qualcosa pero’ nel loro spirito viaggiatore sta stranamente cambiando : perso il lato scanzonato, l’impresa stessa sta per essere percepita con un senso di maggiore conoscenza e utilità.

In effetti il primo incontro con la realtà risulta di impatto immediato : a Chuquicamata, nel nord del Cile incontrano la famosa, o meglio famigerata, miniera di rame, che nel Sudamerica costituisce il simbolo tangibile dell’imperialismo nordamericano. A rafforzare i pensieri di ordine sociale che gia’ stanno agitando le loro menti, ci si mette l’incontro con due senzatetto in cerca di lavoro, due emarginati per ragioni politiche, sono comunisti. Con questi nascono conversazioni serrate e piene di elementi sconosciuti ai due ragazzi borghesi. Specie Ernesto ne resta impressionato e nel suo scritto posteriore fa questa riflessione “ …quella coppia terrorizzata, rannicchiati l’uno contro l’altro nella notte del deserto, e’ stata una rappresentazione vivente del proletariato di qualunque parte del mondo “.

I due proseguono verso il Perù, dove si apre loro una terra così ricca storicamente da lasciarli attoniti. Sono sentimenti e riflessioni validi per entrambi : tanta civiltà perduta, quella inca, lascia infatti in loro un senso di rabbia verso chi la conquisto’ per poi distruggerla. Giunti a Lima, Ernesto entra in sintonia con uno scienziato, certo dott.Ugo Pesce, che inizia a parlargli in profondità dell’ideologia marxista. Va da se’ che l’animo di Ernesto, dopo le recentissime scoperte sociali, si trova più che pronto ad aprirsi e ad approfondire quelle tematiche .

Ma il viaggio prosegue, e l’obiettivo iniziale, che si approssima, sara’ per i due un elemento anche più incisivo e dirompente di quelli gia’ incontrati. Giunti al lebbrosario di San Pablo, in piena foresta amazzonica, Ernesto piomba in un vero e proprio stato di disagio psicologico, non solo alla vista dello stato miserabile in cui versano i pazienti, ai quali in pratica manca tutto, ma si accorge che la struttura e’ divisa, fisicamente e metaforicamente.

E’ situata su entrambe le sponde: a nord alloggia lo staff dei medici, a sud i pazienti! 4 km del fiume più grande del mondo, che Ernesto e il compagno attraversano a nuoto. Per alcune settimane i due giovani si prodigano in ogni cura che e’ possibile somministrare, rifiutando anche di portare i guanti, e stringendo mani, a dimostrazione che la malattia non è contagiosa. Ma ha colpito Ernesto quella divisione, fisica e sociale, che lui inizia a vedere come il vero solco che divide l’ umanità e che lo fa giurare a se stesso, con rabbia, che in futuro avrebbe servito il popolo. In quel viaggio ha visto qualcosa che non solo lo ha profondamente cambiato, molto più’ di quanto avesse mai potuto immaginare, ma lo ha reso pronto a combattere.

Il viaggio continuera’ verso le altre mete che si erano prefissati, e il ritorno sarà l’incubatrice dei nuovi intenti di Ernesto.

 

 


DURI SENZA PERDERE LA TENEREZZA
Vita e morte di Ernesto Che Guevara ( Paco Ignazio Taibo II)

di Nina Lopez



I giovani lo ostentano sulle magliette come simbolo di lotta e utopia. Per i meno giovani rappresenta l’araldo dell’antimperialismo e della rivoluzione latinoamericana. Nella storia del Novecento, nessuno più di Ernesto Che Guevara ha saputo incarnare l’idea di giustizia sociale e le speranze di riscatto. E nessuno più di Paco Ignacio Taibo II ha saputo raccontare la sua storia. Il Saggiatore ripropone Senza perdere la tenerezza, la biografia del Che più letta e apprezzata nel mondo, frutto di un lavoro di ricerca quasi ossessivo, che ha attinto a tutte le pubblicazioni più recenti, ai documenti declassificati della Cia, a lettere, poesie, diari, appunti del Che rimasti inediti per decenni, alle testimonianze di compagni e nemici, alle immagini più intime e rare.Con la sua abilità di romanziere, in equilibrio tra obiettività e partecipazione, Taibo restituisce in tutte le sue sfumature una vita da epopea: dalla giovinezza nomade e ribelle alle imprese della rivoluzione castrista, dall’esperienza di governo in una Cuba assediata dagli Stati Uniti alla tragica fine sui monti della Bolivia. Oltre l’icona, il Che è svelato con la sua tenacia e il suo idealismo, le idiosincrasie, le letture preferite, le passioni sportive, gli accessi d’asma, i suoi amori e i suoi innamoramenti intellettuali: Marx, Rosa Luxemburg, Lenin, Trockij e Mao, ma anche Sarmiento, Martí, Bolívar; Sartre, Neruda, Kipling, Calvino.Una storia di gesta eroiche e di piccoli gesti quotidiani. La storia di un mito e il ritratto di un uomo, vagabondo, temerario e romantico, un uomo convinto che «bisogna essere duri senza perdere la tenerezza».

 

 
   
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