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MODIGLIANI: MAGICO, IMPERSCRUTABILE, "SOLITARIO"


 

di Cosetta Dal Cin




Imperscrutabili, arcani, talora inquietanti, altre volte di magica bellezza, i ritratti di Modigliani sfilano davanti ai nostri occhi avvolgendoci di un silenzio irreale, difficilmente penetrabile. Ci lasciano attoniti, desiderosi di capire. Ben pochi artisti hanno saputo trasmettere sensazioni tanto complesse, dalla sensualità più intensa alla delicatezza più struggente, alla malinconia per qualcosa di remoto, non ben afferrabile e decodificabile. Alla prima occhiata tutti molto simili tra loro, questi ritratti rivelano da vicino un dono raro di penetrare – e sprigionare – l’universo interiore dell’effigiato.
Morto all’età di 36 anni, l’artista livornese ha lasciato qualche centinaio di opere – disegni, dipinti e sculture – tutte raffiguranti volti e corpi umani; i paesaggi si contano sulle dita di una mano. E un solo, splendido autoritratto dipinto poco prima di morire. La figura di un uomo dallo sguardo cieco, indecifrabile – come spesso nei suoi dipinti – che regge in una mano tavolozza e pennelli, mentre l’altro braccio, composto lungo il fianco, riposa. L’artista è di profilo, solo la testa è girata di tre quarti come a voler guardare lo spettatore, se non fosse per quegli occhi vuoti…
L’iter formativo di Modigliani non è dissimile da quello di molti colleghi: a un periodo di apprendimento nella città natale, seguono viaggi ed esperienze illuminanti, per approdare, in fine, alla grande, magica fucina della poesia, della letteratura, delle arti figurative, del teatro: in una parola, Parigi.
Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 non si contano i giovani artisti e intellettuali giunti, in cerca di ispirazione e successo, nella grande capitale francese. E Modigliani è solo uno dei tanti quando, nell’inverno 1906, giunge a Parigi per sistemarsi a Montmartre. Il fenomeno fauvisme era appena esploso, la critica ribolliva in costante fermento, tesa a seguire con attenzione – ed enorme fatica – l’esplosione creativa che come un’epidemia andava allargandosi a macchia d’olio tra le “nuove leve” e sarebbe culminata col cubismo e il futurismo. Nemmeno la guerra smorzò d’un fiato queste voci. Rimescolò solamente le carte del mazzo.
Modigliani arriva a Parigi all’età di 22 anni. Il bagaglio culturale che si porta appresso comprende soprattutto la grande arte toscana del ‘300 e del ‘400 e quella veneziana, dal Giorgione a Tiziano, conosciuta soggiornando nella città veneta tra il 1902 e il 1903. A Livorno aveva imparato a dipingere presso Guglielmo Micheli, grazie al quale aveva conosciuto l’ormai anziano Giovanni Fattori. Una pleurite a soli 11 anni e il tifo con complicazioni polmonari fecero sì che il ragazzo abbandonasse gli studi classici e si consacrasse al grande sogno: diventare pittore. I genitori, entrambi ebrei e dediti al commercio, permisero che seguisse le inclinazioni spronandolo alla pittura. Così, per motivi di salute, la madre lo portò a conoscere Napoli, Roma e Firenze, città che subito lo rapirono infiammando ancor più i suoi slanci adolescenziali. Giunto poi a Venezia per continuare la Scuola libera del Nudo, venne per la prima volta a contatto con le voci secessioniste mitteleuropee che arrivavano da Vienna e Monaco di Baviera. Il suo bagaglio culturale “nazionale” s’arricchisce così di echi d’oltralpe oltreché parigini. Il giovane artista inizia a sognare Parigi, culla prolifica di idee rivoluzionarie fin dai tempi di Courbet e degli impressionisti, i capolavori dei quali sono esposti a Venezia proprio in quel periodo. All’amico più caro della giovinezza Oscar Ghiglia, Modigliani scrive parole traboccanti di energia: “ Da Venezia ho ricevuto gli insegnamenti più preziosi della vita; da Venezia sembra di uscirmene adesso come accresciuto…”
Giunto a Parigi, il pittore conosce Picasso e Severini, vede le opere di Gauguin, Van Gogh, Toulouse-Lautrec con le quali si confronta. C’è molto da imparare, in questa metropoli dell’arte, musei e mostre da vedere, stranieri da frequentare. Come molti colleghi inizia a fare un uso sistematico di droghe nella convinzione che amplifichino la sensibilità artistica. Il denaro di cui dispone non è molto e cambia continuamente sistemazione. I suoi primi ritratti risentono dei diversi stili che l’hanno più colpito, è un periodo di ricerca di un’arte propria, una fertile fase esplorativa tra le conoscenze ormai sedimentate dei viaggi italiani e i nuovi linguaggi che caratterizzano le tele di Picasso, Matisse e dei maestri francesi della modernità. L’artista che però lo impressiona maggiormente e i cui insegnamenti stanno alla base della produzione più matura è Cézanne, morto lo stesso anno dell’arrivo a Parigi di Modigliani. La grande retrospettiva organizzata in suo onore nel 1907 è un’esperienza senza pari per moltissimi giovani: il maestro di Aix indica loro un modo rivoluzionario di fare arte, li spinge a tornare alle origini della forma, alla sua purezza primordiale, ricostruendo, per così dire, ciò che gli impressionisti avevano disciolto nell’attimo effimero di una tranche de vie. Il messaggio cezanniano si deposita in Modigliani lentamente, talora riaffiorando nell’evolversi del suo cammino ed esploderà in tutta la sua valenza solamente intorno al 1914. Nel frattempo l’artista livornese decide di dedicarsi principalmente alla scultura: nel 1909 conosce Constantin Brâncusi, un allievo di Maillol appassionatosi alle sculture primitive, che diventa presto suo amico. I due artisti svolgono una ricerca appassionata sui linguaggi scultorei extraeuropei, soprattutto africani e oceanici. Reperti di questo tipo erano visibili in quel periodo presso gli atelier di Brâncusi e Vlaminck, nonché al Trocadero, luogo frequentato con passione dallo stesso Picasso.
Ogni artista si rapportò alla scultura primitiva con modalità del tutto personali, riprendendone aspetti e caratteristiche differenti.
Ed è proprio grazie a questa esperienza a diretto contatto con la materia che la famosa, personalissima “linea” del Modigliani pittore matura e si perfeziona. Impiegando soprattutto la pietra, l’artista scolpisce volti e cariatidi inizialmente dall’ovale arrotondato che va via via allungandosi. Un buon numero di disegni documenta la ricerca seguita da Modigliani. L’influsso di Brâncusi è chiarissimo: per lo scultore rumeno l’opera non può e non deve per nulla essere una mera copia della realtà, bensì tradurre in materia l’intima essenza che informa l’oggetto rappresentato. Superando l’aspetto prettamente esteriore delle cose, l’artista ha il compito di rendere materia la perfezione primigenia che si cela in ogni oggetto: ecco il semplificarsi e il levigarsi delle forme, il definirsi dei contorni, nell’accuratissima ricerca di una geometrica perfezione privata del superfluo. Modigliani segue l’esempio, sempre però conservando una cifra del tutto personale. Le prime figure appena abbozzate vengono sostituite da forme modellate plasticamente e ben definite grazie anche ai giochi chiaroscurali perfettamente calibrati. Nessun elemento decorativo aggiunto, i volti e i corpi scolpiti con pochi tratti essenziali e sicuri. A dare il senso di perfetta unitarietà di forma interviene la linea, marcata e priva di esitazioni, quella linea dal ritmo fluido e armonioso che ha radici lontane, oltre l’opera dei primitivi, nelle eleganti e raffinate figure dei maestri toscani del ‘300.
Le sue sculture sono circondate da un alone di mistero nonostante la forma chiusa, di levigata perfezione: risultano ben lontane da quelle “ frastagliate” di Medardo Rosso, all’epoca artista di punta, plasmate secondo il puro frangersi della luce sulla materia – sapiente traduzione in scultura della pittura impressionista.
Modigliani si è nel frattempo trasferito sulla rive gauche, a Montparnasse, nuovo polo intellettuale di Parigi: lo imiteranno, tra gli altri, Picasso, Matisse, Chagall e Soutine.
Tra il 1909 e l’inizio della guerra l’artista livornese esegue solo pochi dipinti a olio, rapito com’è dalla scultura. Gli amici che frequenta lo descrivono come un giovane socievole, dai modi fini ed eleganti, nonostante la sua situazione economica non sia delle migliori, anzi. La poetessa russa Anna Achmatova, che l’ha conosciuto nel 1910, scriverà anni dopo: “ Lo conobbi che era povero, non si sapeva come facesse a vivere; come artista non era riconosciuto da nessuno […] non si lamentava per niente, né della sua reale miseria, né del fatto che non fosse conosciuto. Solo una volta, nel 1911, mi disse che l’inverno precedente era stato così brutto per lui, che non aveva potuto neppure pensare a ciò che gli era più caro ”. In realtà la famiglia gli fu sempre vicina con aiuti economici, ma è assai probabile che la vita parigina richiedesse più denaro di quanto il pittore potesse disporne. Anche perché, come appena testimoniato, pochi ancora apprezzavano i suoi quadri.
Nel 1907 Modigliani aveva conosciuto il dottor Paul Alexandre, una figura centrale nella vita parigina del pittore. Alexandre era un grande amante d’arte nonché collezionista e nutrì profonda simpatia per il giovane livornese. Gli commissionò il suo ritratto e quello dei famigliari e continuò a sostenerlo nei momenti difficili, spingendolo a esporre nonostante la diffidenza che circondava ancora le sue opere.
Modigliani vive tra mille difficoltà economiche sempre convinto delle proprie capacità artistiche, tanto che, quando l’amico Severini gli offre di aderire al gruppo futurista appena formatosi, lui declina. Lo stesso farà per il cubismo: avrebbe potuto benissimo “adattarsi” alle convinzioni dei suoi colleghi-amici, se non altro per un riscontro economico. Modigliani dimostra un’ostinazione e una sicurezza che da sempre lo caratterizzano: sa che la strada da seguire è un’altra, sebbene in salita e con alti prezzi da pagare. Deve fare i conti, infatti, anche con una salute assai cagionevole e minata dall’adolescenza. Non mostrerà mai un segno di pentimento nell’essersi isolato dagli altri artisti, nemmeno quando questi avranno grande successo di critica e pubblico.
Mentre Modì, come lo chiamano a Parigi, fatica a vivere, i futuristi coronano il sogno del successo e nel 1912 sono invitati a esporre nelle più importanti città europee. Anche i cubisti si sono affermati, ma al “livornese di Parigi” ciò non interessa: futurismo e cubismo sonno troppo dogmatici, ne critica parecchi aspetti evidenziandone i limiti. Modì tende alla perfezione, un’arte che parli davvero un linguaggio universale ed eterno, che si sottragga alle mode e al tempo fondendo tradizione e rinnovamento. Un connubio arduo ma necessario.
In questo periodo si considera prima di tutto scultore e dalla pietra nascono opere sconvolgenti, “teste allungate, con certi nasoni dritti e lunghi, con un’espressione chiusa e triste. Alcune sembravano frullate, e tutte avevano colli come le teste, lunghi e tondi. Dedo [Amedeo] n’era entusiasta e se le rimirava con compiacenza.
Ma noialtri invece non ci si capiva un bel niente…”, dirà il livornese Razzaguta a riguardo. I colli s’allungano anche nei dipinti: l’artista sta mettendo a segno il suo personale linguaggio, certo di non fallire.
Dal 1914 Modigliani vive l’intensa relazione con la poetessa e giornalista inglese Béatrice Hastings, una donna particolarmente seducente ed eccentrica, di cui l’artista esegue parecchi ritratti a olio e disegni. Il legame, sempre più burrascoso, durerà un paio d’anni, durante i quali il fervore creativo di Modigliani è alto e fecondo, nonostante gli abusi d’alcol e droghe. La guerra è in corso, ma a Parigi gli artisti si ritrovano ugualmente nei café. A Montparnasse Modigliani è un habitué del Café de la Rotonde, dove lo si può vedere ora sobrio, ora alticcio, ora completamente ubriaco. L’aspetto fisico ne risente terribilmente: “ […] gli occhi fiammeggiavano e la bocca aveva preso una piega amara. La tubercolosi mal curata e l’abuso dell’alcol gli aveva scavato il volto… ma i modi erano pur sempre quelli dell’innata signorilità ”, scriverà l’amico Carrà.
Incontro fondamentale per Modigliani è quello col polacco Léopold Zborowski, che vive a Parigi con la moglie Hanka e Lunia Czechowska. Si conoscono nel 1916 e numerosi saranno i loro ritratti che l’artista esegue nel corso degli anni successivi. Il poeta diviene presto un grande sostenitore dell’artista dandosi da fare per rendere nota la sua produzione. Sostenuto dagli amici, il pittore continua a dipingere con trasporto dando vita ai primi splendidi nudi femminili dall’atteggiamento morbido e sensuale, il colorito acceso, palpitanti di vita. Tra il 1916 e il 1917 ne dipinge parecchi, un erotismo libero ma sempre controllato e raffinato: esposti alla Galleria di Berthe Weill nel dicembre 1917 grazie alle pressioni di Zborowski, suscitano indicibile scandalo e le autorità ne impongono il ritiro. Ciononostante il pittore prosegue con lo studio e il perfezionamento del suo linguaggio, si sente prossimo alla meta e lavora con grande impegno nonostante la salute sia sempre precaria.
Nel 1916 Modì ha conosciuto una ragazza giovanissima, dedita anche lei alla pittura: è Jeanne Hébuterne, detta “noix de coco” per il contrasto tra la pelle diafana e i lunghi capelli rosso-castani che le incorniciano il volto. Nasce un amore intenso, grande: vivono subito insieme nonostante le opposizioni dei famigliari di lei. Il pittore è ricco d’energia creativa, beve molto, ma ciò non fa che disinibire ancor più le sue doti artistiche. Osvaldo Licini avrebbe dichiarato più tardi: “Ogni ubbriacatura di Modigliani fu un capolavoro per quello che disse e per quello che godette”.
Quando la guerra arriva a minacciare Parigi, Zborowski spinge Modì e Jeanne – lui dalla salute sempre più precaria, lei incinta di qualche mese – a trasferirsi in Costa Azzurra, luogo prediletto da molti pittori, come Renoir che vi dipinge ancora.
Il 29 novembre 1918 a Nizza nasce la piccola Jeanne, che solo più tardi prenderà il cognome del padre. Modigliani lavora senza posa, invia i dipinti a Parigi dove Zborowski si attiva per diffonderne la fama, sicuro anche lui del valore inestimabile che quel pittore “solitario” racchiude tra le mani. Le sue tele si sono fatte più luminose, i colori più leggeri e vitali.
Quando nel 1919 l’artista rientra a Parigi, Zborowski ha preso contatti per inviare i dipinti a Londra in occasione di una collettiva.
E finalmente giungono i primi successi: Modigliani è sereno e il fatto che la malattia polmonare stia peggiorando sembra non preoccuparlo. È probabile che l’artista non fosse a conoscenza dell’assoluta gravità del suo stato. Pochi mesi dopo, il 18 gennaio 1920, accusa un forte malore. Ricoverato all’ospedale muore due giorni dopo, la sera del 22. Il tragico destino dell’artista sconvolge Jeanne Hébuterne che, nuovamente incinta, si getta dalla finestra. Come già tristemente accaduto a Segantini, Modì aveva deciso proprio allora di partire per l’Italia e ne era felice. La famiglia avrebbe conosciuto la bambina. La morte glielo impedì, ma segnò anche il grande, rapido diffondersi del suo nome.

 

 
   
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